Marti in Storia

Alla metà del Settecento la pieve di Santa Maria Novella aveva bisogno di alcuni interventi di manutenzione. Era passato più di un secolo da quando, per opera del pievano Salvini, la chiesa aveva ricevuto l'assetto interno che ancora vediamo, con gli altari laterali simmetricamente disposti, e oltre trent'anni dall'intervento del pievano Panzani, che a proprie spese aveva fatto affrescare la tribuna e il coro da Anton Domenico Bamberini. L'emergenza riguardava soprattutto il tetto e fu colta da Giovanni di Poggio Baldovinetti (1695-1772), che in quegli anni era soprintendente dell'Opera della pieve, cioè amministratore del suo patrimonio fondiario, valutabile in decine di ettari nel piano di Capanne e Casteldelbosco gestiti in affitto da diversi conduttori.

Prima di procedere ad interventi sulle strutture ecclesiastiche era necessario il consenso del governo del Granducato ed in particolare di un dicastero chiamato "Nove Conservatori del Dominio e della Giurisdizione". Proprio ai "Nove" si rivolse Giovanni (con una lettera la cui copia è conservata presso l'archivio Majnoni-Baldovinetti) dopo aver commissionato una relazione ed alcuni periti ed aver assunto il "parere di altre persone pratiche del paese". Giovanni chiese che l'Opera potesse spendere 50 scudi del proprio bilancio, approvato dai "Nove" stessi a Firenze, nel "resarcimento" del tetto,
"ma perché la spesa del medesimo resarcimento ascenderà alla somma di scudi 90 in circa (...) si attenderà da Sua Signoria Illustrissima [il Soprasindaco dei "Nove"] che ne siano dati gli ordini opportuni per avere in pronto gli scudi 40 in circa che possono mancare al compimento del lavoro purtroppo necessario affine di non esporsi ad una rovina, come seguì della quarta parte di esso tetto nell'anno 1720, salvo con grande spavento del popolo, che in molto numero concorre alle sacre funzioni in quella chiesa".

Per sottolineare l'urgenza dei lavori, Giovanni allegò all'istanza due perizie sottoscritte da altrettanti "Maestri" muratori, che verificarono il pessimo stato del legname e i "cavalletti che sono calati" tanto da rendere "necessario scoprire tutto per rimetterlo a linea retta (...) e sarebbe necessario levare 'e tegoli e mettervi gli embrici per renderlo più sano".

Più analitica la seconda perizia, cui seguiva un esatto preventivo:
"si propone di sbassare le mura laterali un mezzo braccio almeno, e più per la parte di fuori che di dentro, ad effetto di dare il giusto declivio al tetto medesimo, fatto a modo di capanna, per dare lo scolo libero alle acque piovane, le quali covano ne i mezzi per essere il legname stato posto basso, e ciò si dice ad oggetto di minorar la spesa, per servirsi del legname che vi è, del quale potrà mancare qualche corrente o travetta, forse infracidita".

Infine, per rafforzare ancora di più l'urgenza della richiesta, ai "Nove" venne inviata anche una lettera del pievano e dei sacerdoti che officiavano presso la chiesa tra 1757 e 1758.
La pioggia che filtrava dal tetto danneggiava soprattutto gli altari laterali ed i confessionali, anch'essi disposti lungo le pareti e occorreva procedere al "necessario resarcimento acciò possa continuarsi da essi [sacerdoti] come si deve ad ufiziare la chiesa medesima e non si viva con un continuo timore di qualche grave precipizio".

Seguivano le firme del pievano Iacopo di Gregorio Gorini, Raffaello Del Rosso "primo dei cappellani di detta pieve", Giovanni di Carlo Dell'Usso, Valentino Caramelli, Giovan Battista Panzani, Francesco Caramelli e Angiolo Maria Barnini. Quindi il pievano era all'epoca affiancato da ben sei cappellani, addetti alle numerose, cappelle, altari e offiziature, tutti benefici dotati di proprie rendite, a testimoniare quanto fosse allora consistente il patrimonio della pieve, capace di sostenere questo numeroso personale ecclesiastico a cui si aggiunsero anche, per appoggiare la richiesta al governo, due sacerdoti originari del paese ma non residenti come Giuseppe di Giovanni Dell'Usso, vice pievano di San Giovanni Val d'Egola (Corazzano), e Bernardino di Domenico Panzani, cappellano della cura di San Martino a Castelfranco.

I lavori furono autorizzati e condotti a termine, ma Giovanni Baldovinetti proseguì nelle manutenzione rivolgendo l'attenzione all'altar maggiore e alle acquasantiere. Racconteremo di queste episodi in un prossimo ricordo.

Foto storica dell'Altare di Marti




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